Il particolare momento di emergenza sanitaria che stiamo attraversando non è sicuramente uno dei primi eventi epidemici che l’Italia e il resto del mondo hanno dovuto affrontare. Di emergenze epidemiologiche in passato ce ne sono state diverse e spesso dagli esiti ancora più nefasti, a causa anche di differenti fattori socio economici ed igienico sanitari.
Come prevedibile anche Pontelandolfo non è stata immune alle varie epidemie che hanno colpito negli anni addietro il resto del Paese. Tra queste, la peste diffusasi in Europa tra il 1629 e il 1679 con i suoi diversi focolai, ha lasciato nell’immaginario collettivo, il ricordo più indelebile, complice probabilmente, la narrazione fatta dal Manzoni nel suo celeberrimo romanzo “I promessi sposi”.
In questa sezione, grazie al resoconto dello studioso e appassionato di storia locale ANTIMO ALBINI, realizzato attraverso la ricerca e l’analisi delle fonti storiche, abbiamo la possibilità di approfondire il delicato e doloroso periodo della diffusione della “peste” a Pontelandolfo nel 1656 e di ulteriori pestilenze e carestie con interessanti curiosità e approfondimenti:

LA PESTE del 1656

Nel Regno di Napoli la Peste del 1656 probabilmente fu importata a Napoli dalla Sardegna , dove già dal 1650 faceva scempio degli abitanti, da un certo Masone, rivoluzionario e capopopolo esiliato e tornato dalla Sardegna nel mese di gennaio, già ammalato e appena sbarcato dopo due giorni “tutto coperto di lividi e petecchie” morì del male nell’ospedale dell’ Annunziata di Napoli. I decessi successivi per contagio furono legati a questo primo caso e furono: l’inserviente dello stesso ospedale, la madre dell’inserviente, poi il padrone di casa dello stesso. Le voci fatte circolare (religiose, politiche e popolane) parlavano di segni premonitori, come l’eclissi di sole del 12 agosto del 1654, la visione di una pallida cometa dal colore della morte, l’eruzione del Vesuvio nel 1631, vari terremoti e la carestia. Si volle dare la colpa ai Francesi, cacciati dagli spagnoli nel 1647, e che tornati nel 1656 spargevano delle polveri velenose nell’acqua benedetta delle chiese e sulle monete. Naturalmente all’epoca non si poteva conoscere l’origine della terribile malattia individuata nella puntura delle pulci dei topi soltanto verso la fine del 1800.
L’infezione derivava dal sangue del topo nero che ingerito dalla pulce lo trasmetteva all’uomo che con gli abiti, la sporcizia, il sudore ed il tepore umano assicuravano la diffusione della malattia. La peste insorgeva violenta dopo un periodo di incubazione da 2 a 12 giorni con la presenza di febbre alta e con sete inesauribile, urine “nere come inchiostro”, cefalea, fotosensibilità e delirio; pustole e bubboni nelle zone punte dalla pulce infetta, di solito nella zona inguinale e ascellare. I medici applicavano metodi fantasiosi ed empirici: visitando gli ammalati a distanza, vestendo mantelli cerati, guanti e maschera con occhiali protettivi e una specie di lungo becco d’uccello sul naso che conteneva una spugna imbevuta di un composto di sali ed erbe aromatiche disinfettanti come il rosmarino, aglio e ginepro. Se i bubboni non erano usciti si purgavano gli ammalati con medicine confacenti alla febbre maligna. Se il bubbone era uscito si applicavano sopra ventose infuocate mattina e sera; levata la ventosa si applicava un impiastro caldo di cipolla bianca arrostita ed un composto di vari ingredienti con base di carne di vipera (teriaca) o altri rimedi ritenuti efficienti. A queste cure si aggiungevano i tanti suggerimenti di persone “sapute” che consigliavano di portare in mano una fiaccola di pece, avere in bocca cibo senza ingoiarlo,spruzzare aceto su ogni cosa soprattutto i denari, ingoiare pietre preziose, parlare da lontano, portare addosso amuleti e immagini votive (usanza popolare largamente diffusa anche successivamente). Il prelievo delle salme da parte degli incaricati, per evitare il contatto, avveniva tramite uncini di ferro e non di rado si prelevavano persone ancora vive ma con evidenti segni del male. Così cadaveri e moribondi venivano portati nei pressi dell’ Annunziata (appena fuori le mura) per essere seppelliti nella fossa comune.
La gente, visto fallire ogni rimedio medico non restò che affidarsi a processioni penitenziali, digiuni e straordinarie beneficenze. La decimazione di intere famiglie in diversi casi procurò ricchezze insolite per i sopravvissuti che, scampati alla peste, dichiararono volontà testamentarie di lasciti e donativi molto dubbie. In questa occasione si registra l’appropriazione di terre abbandonate da parte della Camera Ducale. L’ importazione del contagio a Pontelandolfo fu probabilmente dovuta al rifugio nel borgo dai paesi limitrofi e dal ritorno dei concittadini che rientrarono da Napoli dove risiedevano per censo, per studio o affari . La peste si manifestò e diffuse dal 15 Agosto del 1656 con strascichi che durarono fino al 1662.
[Vedi Tassa dei Fuochi – 287 fuochi 1.587].
Se consideriamo che in tutto il paese nel censimento del 1648 erano presenti 282 fuochi (circa 1.560 abitanti) e che al termine della pestilenza nel 1669 si registrano 193 fuochi (circa 1.067 abitanti) ci rendiamo conto che l’evento della peste portò in un ventennio ad una incisiva riduzione totale degli abitanti del borgo. Il flagello della peste viene riportata nei libri dei morti degli Archivi parrocchiali con sintesi estreme e la sua diffusione è così descritta: “ Il giorno 15 Agosto 1656 è cominciata la Peste e non si è fatto officio nè funerale ai morti per essere che si sono atterrati nella Chiesa della SS. Annunciata senza eccezione di persona, e senza pompa funebre, i giorni 25 e 30 e dura ancora oggi che è il 30 settembre 1656. Ritengo che saranno morti fino a questa giornata 1.195 persone. Non si assegna numero certo per essere che si atterrano le persone senza suono di campane”.
Nella Parrocchia di San Salvatore,quindi, la peste si diffonde dal 15 Agosto 1656 e tra le prime vittime vengono registrate Livia Guarino e Silvestro Jacobino il cui paese di origine era Cerreto Sannita.
Per la Parrocchia di San Pietro, poco vicina a quella del SS.Salvatore, la pestilenza si diffonde dal 20 Agosto in poi con le prime vittime registrate (155) di un certo Andrea di Avellino e Giulia Paternostro.
Per la Parrocchia di San Felice “extra moenia” la peste si diffonde dal 6 Ottobre con la citazione della prima vittima (185) in Lucrezia del Fante; mancano i dati della Parrocchia di Sant’ Angelo .
Quindi possiamo dedurre che la pestilenza, portata dall’esterno nel centro storico, si diffonde a macchia d’olio fino ad arrivare alla periferia del borgo mietendo vittime che vanno al di sopra di quelle numerate.


Il numero dei decessi di 1.195, come dato approssimativo citato, ci fa ritenere tale numero quale totale delle quattro parrocchie, comprensivo degli stranieri (vedi la citazione di Andrea di Avellino) presenti nel borgo in tale periodo e non conteggiati nel 1648 per la tassa dei fuochi . [Abitanti al 1656 n.1348 fuochi 287.]
Anche il prosieguo della pestilenza nel 1657e nel 1659, con minori vittime, è registrata dal 4 gennaio, ed ancora dal 22 gennaio del 1660, dal 23 maggio 1661 e dal 15 gennaio 1662. Come viene segnalata la stessa pestilenza nel 1746 che in mancanza dei registri non si riesce a quantificare.

1755-56-57 GRANDE CARESTIA – 1764-65 CARESTIA (in altre 1763-1764)

Le carestie e le epidemie che si verificarono nel Regno di Napoli molte volte erano conseguenze naturali di quei fenomeni legati alla produzione agricola che riduceva drasticamente la disponibilità e con gli aumenti sul mercato delle derrate alimentari. Gli anni dal 1755 al 1757 furono segnalate nella storia come gli anni della “grande carestia”, come per gli anni 1763 e 1765 definiti anni della “carestia”. L’estrema fragilità della popolazione si evidenziava in occasione delle calamità naturali (siccità, eccessivo freddo), considerando che a morire di fame erano sopratutto i poveri, in buona parte uomini giovani e adulti nel pieno vigore delle loro forze, che subiva le conseguenze della tipologia della produzione agricola non articolata.
Le cattive annate agrarie con la “sterilissima raccolta del grano” ci riporta alla considerazione dell’uso del nostro territorio con la scelta principale della monocoltura cerealicola, mentre la presenza di vigneti ed oliveti e colture semi estensive in molti casi consentirono di superare, senza troppi danni, questi periodi di crisi.
I vari anni definiti come “anni della fame” erano caratterizzati non solo dalla carenza di cibo e mezzi di sussistenza essenziali, ma anche dalla recrudescenza delle epidemie, a carattere stagionale, che trovarono facile appiglio in una popolazione provata dalla fame. Tra la gente che moriva in gran numero molte volte non si riusciva a distinguere le vittime della fame e quelle delle malattie. Il decorso della malattia era sempre letale ed i sintomi della malattia epidemica si manifestavano con “febbre maligna” che durava fino a tre settimane, procurando delirio e la apparizione di “petecchie” causando una altissima mortalità.
Riteniamo che la presenza dei Monti frumentari nel borgo rappresentarono una riserva di scorte alimentari che, per la loro costituzione a favore dei poveri, mitigarono le conseguenze delle carestie patite in altri territori del Regno.
I registri dei defunti per questi anni sono assenti (preda delle fiamme) e negli stati delle Anime non vi sono annotazioni utili per valutare l’incidenza negativa che ha avuto la “grande carestia” e la “carestia” sulla popolazione.
Alcune annotazioni sui registri dei morti compaiono il 27 febbraio del 1863 con due casi in cui vi è l’annotazione “oppresso dalla miseria è morto”.

Ricerche a cura di Antimo Albini

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