Cosa spinge una persona a ritirarsi dalla società per condurre un’esistenza solitaria fatta di contemplazione e silenzio? Qualcuno sostiene possa trattarsi di fobia sociale, di paura degli altri, eppure non sempre dietro questa scelta estrema si annida un disturbo psicologico o un disagio sociale. L’eremo rappresenta un rifugio, ma è anche un luogo per entrare più profondamente in contatto con sé stessi, con lo spazio e con le persone. Molto spesso, l’eremita è pervaso da una pace interiore proprio perché capace di eliminare tutti quei desideri che per la maggior parte delle persone sembrano essere delle necessità e che finiscono col divenire fonte inesauribile di stress. L’eremita riduce al minimo le esigenze riuscendo, al termine di questo processo di semplificazione dei bisogni, a trovare un proprio equilibrio interiore.
Anche Pontelandolfo ha una sua tradizione eremitica. Molto celebre l’eremo di San Rocco, adiacente all’omonima Cappella, consistente in 4 stanze, denominate celle, distribuite su due piani. Secondo Antimo Albini, studioso di storia locale, l’ultimo eremita vissuto in questi locali era un tale Giovanni Sforza, il quale conduceva qui la sua vita fatta di contemplazione e preghiera.

Quest’ultimo, nel 1836, chiese alla popolazione di contribuire all’ampliamento del Romitorio, da destinarsi a ricovero gratuito per gli infermi e gli indigenti. Questa proposta incontrò il favore dei molti cittadini che si prodigarono facendo donazioni e prestando il proprio lavoro manuale. Sebbene molto famoso, non fu lui l’ultimo eremita di Pontelandolfo.
Pare che negli anni ‘40, un uomo chiamato Domenicoantonio Calderone, detto “Cavrarone”, vivesse solitario in un rifugio in pietra di sua proprietà, in una contrada che nel tempo ha preso il suo nome.
Zi’ Minicantonio “Cavrarone” aveva vissuto parte della sua vita occupandosi del lavoro nei campi e della sua famiglia, quando, rimasto vedovo e con i figli ormai divenuti adulti, scelse di trascorrere gli ultimi anni della sua esistenza in solitudine cibandosi di ciò che trovava e vivendo in una capanna in pietra, di cui rimangono ancora i resti, che nessuno avrebbe osato definire abitabile. Era un uomo profondamente religioso, e dalla condotta morale irreprensibile, il quale aveva scelto di distaccarsi dalle comodità e dai beni materiali adottando uno stile di vita che ricordava quello dei seguaci della dottrina filosofica del cinismo di Diogene. Secondo quanto raccontato da Libero Perugini nel suo romanzo “la Vergine dell’acqua del campo”, pare fosse anche un filantropo. In seguito ai bombardamenti di contrada Petrillo, che causarono 9 vittime e diversi feriti, accompagnò il Sindaco in Prefettura a Benevento per chiedere insieme a lui la necessaria assistenza materiale e morale a favore degli orfani e dei feriti minacciando di fermarsi presso il sagrato della Madonna delle Grazie lasciandosi morire di fame nel caso in cui non fossero partiti gli aiuti. La sua accorata richiesta commosse gli astanti che nella giornata seguente mandarono a Pontelandolfo dei carretti carichi di beni di prima necessità. Dopo di che ritornò nella solitudine del suo eremo consapevole che la vera ricchezza dipende solo dall’amore che si è capaci di donare agli altri. Fino alla sua morte avvenuta negli anni 60’ ha vissuto isolato dal mondo godendo comunque del rispetto di tutti i cittadini che hanno avuto modo di conoscerlo o di sentirne parlare. Sebbene non capissero la sua scelta anti convenzionale erano tutti profondamente colpiti dalla stravaganza delle sue abitudini e dalla semplicità della sua esistenza.

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